19. 16 novembre 1532: l’inca Atahualpa viene catturato da Pizarro
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L’incontro fra Atahualpa e Pizarro a Cajamarca sembra quasi segnare in un solo giorno il crollo dell’impero inca. È vero che la guerra fra i due fratelli rivali, in corso da diversi anni, aveva già portato alla divisione dell’impero, ma ciò non toglie agli eventi del 16 novembre il loro carattere singolare e sorprendente.
Il piccolo esercito guidato da Francisco Pizarro era sbarcato nel continente nell’aprile 1532, stabilendosi per qualche mese nella città di Tumbes (in Ecuador). In luglio Pizarro cominciò a scendere, lungo la grande strada imperiale inca, nella direzione delle prime cordigliere andine, accompagnato da 168 uomini (106 fanti e 62 cavalieri). Esattamente in questi mesi raggiungeva il culmine la guerra civile fra i due fratelli Atahualpa e Huascar.
 
Pizarro entra a Cajamarca
Pizarro e Atahualpa
L’inca e i suoi soldati atterriti dagli spari nemici
 
Ritratto di Francesco Pizarro, XVI sec.
Pizarro entra a Cajamarca

Il 15 novembre Pizarro entrò a Cajamarca, situata a 3000 metri di altitudine in una conca interamente circondata da montagne. Durante il cammino era stato raggiunto da qualche rinforzo, ma poteva avere con sé al massimo trecento uomini. Per raggiungere la città gli spagnoli avevano dovuto superare valichi di oltre 4000 metri e affrontare un percorso assai malagevole.
Atahualpa avrebbe potuto attaccare e annientare con le sue forze assai superiori la banda degli invasori, approfittando della loro posizione svantaggiosa e del loro imperfetto adattamento alle grandi altitudini. Ma quando fu raggiunto dagli ambasciatori del comandante Pizarro, accettò l’invito a un incontro pacifico, che si sarebbe svolto il giorno successivo nella grande piazza di Cajamarca.
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Pizarro e Atahualpa

Di quel che accadde quel giorno non esistono resoconti di testimoni diretti. Fra le nostre fonti va ricordata in particolare la cronaca di Fernández de Oviedo (1535); assai più tarda (1625) è quella del peruviano Félipe Poma de Ayala, che dichiarava di basarsi sui racconti fattigli da suo padre e da altri contemporanei degli eventi narrati.
Atahualpa fece il suo ingresso nella piazza insieme ai suoi dignitari, tutti vestiti in maniera lussuosa e portati su lettighe d’oro e d’argento. L’esercito dell’inca, che doveva contare almeno 30000 persone, occupò interamente la piazza. A ciò gli spagnoli potevano opporre il possesso di diversi cannoni e gli archibugi di cui solo una parte dei fanti era armata.
Il colloquio dovette essere molto faticoso, perché condotto attraverso un interprete reclutato in Ecuador che non aveva fatto in tempo a imparare bene lo spagnolo e capiva poco anche la lingua quechua parlata dall’inca. Pizarro cominciò col magnificare il proprio re e signore e invitò l’inca a mostrarsi amico di chi si presentava come suo inviato. Atahualpa replicò che anche lui era un gran signore. Si intromise allora il frate francescano Vicente de Valverde, che dichiarò di essere l’ambasciatore di un signore ancora più potente (il papa) e svolse un rapido e poco rispettoso tentativo di evangelizzazione, invitando l’inca ad adorare il vero Dio. Questi rispose che l’unica divinità da lui adorata era il Sole e chiese da chi il frate avesse sentito parlare del suo Dio. Vicente gli porse con orgoglio una copia del Vangelo, un oggetto che era poco familiare all’inca.
Avendo appena udito che era quell’oggetto a “parlare” al frate di Dio, lo accostò all’orecchio, trovandolo però silenzioso. I cronisti spagnoli sostengono inoltre che lo gettò a terra con manifesto disprezzo. Questo particolare è invece assolutamente negato, in base alle informazioni da lui raccolte, da un altro scrittore dell’epoca, lo storico Garcilaso de la Vega, figlio di una principessa inca e di uno spagnolo.
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L’inca e i suoi soldati atterriti dagli spari nemici

Resta il fatto che il frate cominciò a urlare che quel pagano aveva commesso un sacrilegio e che Pizarro dette subito ordine di far suonare le trombe di guerra. Dal resoconto dei cronisti spagnoli risulta tuttavia che i soldati di Pizarro si erano già preparati a un agguato, appostandosi con i loro cannoni e i loro archibugi nelle strade che conducevano alla piazza. Molti indios caddero sotto il fuoco e sotto le spade dei cavalieri e dei fanti; ancor più numerose furono le vittime provocate dal panico e dalla fuga disordinata dei soldati di Atahaulpa, che non avevano mai assistito al tremendo spettacolo di una sparatoria.
Non fu difficile per Pizarro approfittare della confusione per prendere prigioniero l’inca, cosa che accrebbe l’incapacità dei peruviani di reagire a quanto stava accadendo.
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