CONSIDERAZIONI FINALI

Il quadro della condizione femminile che abbiamo tentato di ricostruire, tracciandone quantomeno i contorni e le linee più significative, può forse sembrare pessimistico, soprattutto se confrontato con altre ricostruzioni che, dando per scontato le discriminazioni, tacendole o minimizzandole, si preoccupano invece di mettere in evidenza il ruolo della donna nella vita familiare, esaltandone l'importanza e la dignità.

Con riferimento alla storia greca, parlare di riconoscimento sociale del ruolo femminile e di un potere delle donne, sia pur occulto e mediato, è del tutto infondato.La funzione delle donne, in Grecia, era esclusivamente quella di generare cittadini, se libere, e forza-lavoro servile, se schiave. Il compito, considerato ben più rilevante, di formare  socialmente le nuove generazioni (data l'inadeguatezza delle donne, prive di ogni istruzione ed escluse dal mondo maschile), era affidato agli uomini.

E poichè veniva svolta secondo un'ideologia che considerava le donne inferiori, la paideia greca riproduceva una misoginia che escludeva il sesso femminile non solo dalla partecipazione alla vita sociale e politica, ma anche dalla cultura intesa come trasmissione di valori, pensieri e affetti. Con l'adempimento della sua funzione biologica, insomma, la donna greca aveva realizzato la sua unica forma di partecipazione alla vita della polis.

A Roma, a differenza che in Grecia, la funzione delle donne non era limitata al momento puramente naturale del parto: il compito femminile era più complesso, e certamente più rilevante nell'organizzazione della collettività e nella percezione sociale.

Delegate a educare i figli per farne dei cittadini, e legati a questi da un rapporto molto forte, le donne romane svolgevano un compito culturale di primaria importanza, il cui adempimento richiedeva che esse fossero in qualche modo partecipi della vita maschile, e comportava indiscutibilmente il riconoscimento di una dignità mai riconosciuta alla donna greca.

Ma, proprio per la sua importanza il compito di moglie e madre, che riempiva la loro vita, impediva le donne romane di uscire dai confini di un ruolo rigorosamente codificato, e determinava inflessibilmente e inesorabilmente le linee della loro esistenza, portandole a proiettare ogni aspettativa di realizzazione nell'adempimento di un dovere che, sentito come imprescindibile, diveniva lo strumento del loro annullamento come persone.

In concomitanza con una serie di fatti politici, economici e culturali particolarmente favorevoli, le donne che vissero nel periodo della massima espansione di Roma ottennero il riconoscimento formale di una quasi totale parità. Anche se ostacolate da un'ideologia che rifiutava la nuova immagine femminile e interpretava ogni libertà come licenza e dissolutezza, alcune donne (quelle socialmente privilegiate) realizzarono anche nei fatti un nuovo modello di vita.

Ma la crisi dell'Impero non a caso coincise col riemergere di una misoginia, al cui recupero contribuì in modo tutt'altro che indifferente la predicazione dei Padri della Chiesa.

Il terreno guadagnato viene perduto e le donne vennero sospinte di nuovo nei confini di un mondo "femminile", caratterizzato, come sempre, dalla subalternità.

Ed eccoci così al terzo insegnamento che viene dalla storia della condizione femminile nell'antichità: questa storia, infatti, consente di individuare il momento in cui una prassi già plurisecolare di discriminazione venne razionalizzata, e presentata per la prima volta come necessaria, inevitabile e eterna. Fu durante i secoli della polis greca che venne codificata l'affermazione della "diversità" delle donne. Identificate da Aristotele che la materia, in opposizione agli uomini, forma e spirito, le donne furono classificate come "inferiori" a causa della loro "naturale" diversità.

Ed è stata la diversità, appunto, ben oltre i confini della storia greca, il fondamento teorico che ha giustificato ogni discriminazione. E' stato appellandosi alla "diversità" che i teorici dell'inferiorità femminile di ogni tempo si sono opposti all'ingresso delle donne nel mondo dell'intelletto e della ragione.

Interpretata come opposizione tra un natura maschile, unica ed eterna, e una natura femminile, altrettanto unica ed eterna, la "diversità" è stata per secoli, e rischia di continuare a essere, la giustificazione di ogni discriminazione.

In nome della loro "diversità" intere generazioni di donne sconosciute hanno attraversato senza nome la storia greca e romana: e non solo perché, nel senso più stretto, il loro nome individuale non doveva neppure essere pronunziato. Annullate come individui, a casa della loro appartenenza sessuale, queste donne, che hanno riprodotto città e imperi, sono state cancellate dalla storia.