1. La nascita dell’idea di nazione
3. La nazione come «comunità politica immaginata»

Benedict Anderson è professore di studi internazionali alla Cornell University. È autore di Java in a Time of Revolution; Literature and Politics in Siam in the American Era; Language and Power: exploring political Cultures in Indonesia.
 
I teorici del nazionalismo si sono trovati spesso perplessi, per non dire irritati, di fronte a questi tre paradossi: (1) L’oggettiva modernità delle nazioni agli occhi degli storici contro la loro soggettiva antichità agli occhi dei nazionalisti. (2) L’esplicita universalità della nazionalità come concetto socio-culturale (nel mondo moderno ognuno può e dovrebbe avere, e avrà, una nazionalità, come appartiene a un certo genere maschile o femminile) contro l’irrimediabile particolarità delle sue manifestazioni concrete, (ad esempio la nazionalità greca è «sui generis»). (3) La forza politica dei nazionalismi contro la loro povertà e persino incoerenza filosofica. In altre parole, il nazionalismo, al contrario di molti altri movimenti, non ha mai prodotto i propri grandi pensatori: nessun Hobbes, Tocqueville, Marx o Weber. Questo «vuoto» fa nascere facilmente, tra intellettuali cosmopoliti e multilingue, una certa condiscendenza. Come Gertrude Stein di fronte a Oakland, si potrebbe rapidamente concludere che «là non c’è nulla». È curioso il fatto che persino uno studioso tanto simpatetico col nazionalismo come Tom Nairn possa però scrivere che: «Il nazionalismo è la patologia del moderno sviluppo della storia, inevitabile quanto la nevrosi in un individuo, con implicita la stessa ambiguità e una simile tendenza innata a degenerare in demenza, radicata nel senso di abbandono di cui soffre gran parte del mondo (l’equivalente dell’infantilismo per la società) e largamente incurabile».
Parte della difficoltà è che si tende a ipostatizzare l’esistenza di un Nazionalismo con la N maiuscola, come si è portati a pensare Età con la E maiuscola, e quindi a classificarlo come un’ideologia. (Va notato che poiché ognuno ha un’età, Età è solo un’espressione analitica). Sarebbe tutto più facile, credo, se «nazionalismo» fosse trattato nella stessa sfera di «consanguineità» e «religione», piuttosto che di «liberalismo» o «fascismo».
Con lo spirito di un antropologo, propongo quindi la seguente definizione di una nazione: si tratta di una comunità politica immaginata, e immaginata come intrinsecamente insieme limitata e sovrana. È immaginata in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno vive l’immagine del loro essere comunità. Renan si riferì a questo «immaginarsi» nel suo modo soavemente sarcastico quando scrisse che: «Or l’essence d’une nation est que tous les individus aient beaucoup de choses en commun, et aussi que tous aient oublié bien des choses». Con una certa ferocia Gellner afferma una tesi simile dicendo che: «Il nazionalismo non è il risveglio delle nazioni all’autoconsapevolezza: piuttosto inventa le nazioni dove esse non esistono». Tale formulazione presenta però l’inconveniente che Gellner è così ansioso di dimostrare che il nazionalismo si nasconde sotto pretese infondate, da assimilare «invenzione» a «fabbricazione» e «falsità», piuttosto che a «immaginazione» e «creazione». Così facendo egli sottintende che vi sono comunità «vere» che possono essere vantaggiosamente contrapposte alle nazioni. In realtà è immaginata ogni comunità più grande di un villaggio primordiale dove tutti si conoscono (e forse lo è anch’esso). Le comunità devono essere distinte non dalla loro falsità/genuinità, ma dallo stile in cui esse sono immaginate. [...]
La nazione è immaginata come «limitata» in quanto persino la più grande, con anche un miliardo di abitanti, ha comunque confini, finiti anche se elastici, oltre i quali si estendono altre nazioni. Nessuna nazione s’immagina confinante con l’umanità. I nazionalisti più «messianici» non sognano un giorno in cui tutti i membri della razza umana si uniranno alla loro nazione come, ad esempio, i cristiani hanno potuto fare in alcune epoche storiche, sognando un pianeta interamente cristiano.
La nazione è immaginata come «sovrana» in quanto il concetto è nato quando illuminismo e rivoluzione stavano distruggendo la legittimità del regno dinastico, gerarchico e di diritto divino. Maturando in un momento della storia del genere umano in cui anche i più devoti adepti di ogni religione universale si confrontavano inevitabilmente con l’evidente pluralità di tali religioni, e con l’allomorfismo tra le pretese ontologiche e l’estensione territoriale di ogni fede, le nazioni sognano di essere libere, e semmai di dipendere soltanto da Dio. La garanzia (e l’emblema) di tale libertà è lo stato nazionale.
Infine, è immaginata come una comunità in quanto, malgrado ineguaglianze e sfruttamenti di fatto che possono predominarvi, la nazione viene sempre concepita in termini di profondo, orizzontale cameratismo. In fin dei conti, è stata questa fraternità ad aver consentito, per tutti gli ultimi due secoli, a tanti milioni di persone, non tanto di uccidere, quanto di morire, in nome di immaginazioni così limitate.

B. Anderson, Comunità immaginate, Manifestolibri, Roma 1996, pp. 24-26.

 
Che cosa intende Anderson definendo la nazione una «comunità politica immaginata»? Individua e spiega il significato degli attributi connessi all’idea di nazione. (max 8 righe)
Introduzione
La nazione, «plebiscito di tutti i giorni»
Il Romanticismo alla base dei movimenti nazionali
La nazione come «comunità politica immaginata»
Il liberalismo e la sua concezione di nazione
Nazionalismo ed etnia
Esercitazioni