17. Il Quarantotto in Germania
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Il 1848 rappresentò fra l’altro il primo momento in cui la Germania si misurò con il problema dei suoi destini unitari, un problema difficilmente solubile, non solo per la debolezza politica del moto rivoluzionario, ma per la complessità della composizione etnica dei due maggiori stati tedeschi, l’Impero d’Austria e la Prussia.
Due furono i principali problemi all’ordine del giorno nella Germania dal 1848: da un lato quello dell’unificazione nazionale, alla quale si opponeva nettamente l’Austria, che era membro e presidente del complesso di 39 stati grandi e piccoli formanti la Confederazione germanica; dall’altro quello dell’evoluzione in senso liberale e parlamentare dei regimi politici tedeschi e in particolare di quello della Prussia. Solo al terzo posto e momentaneamente sullo sfondo veniva la questione della classe operaia, questa nuova realtà sociale prodotta dallo sviluppo di un sistema industriale che in Germania era ancora ai suoi primi passi. È molto difficile valutare lo svolgimento e il fallimento del 1848 tedesco senza avere presenti i modi con cui negli anni 1860-70 quei problemi furono nuovamente affrontati: la Germania venne unificata non sull’onda di un grande movimento popolare e democratico, ma nella forma di una conquista militare operata dalle armate prussiane; la Prussia conservò molto oltre il 1848 (e cioè fino al 1918) un ordinamento costituzionale autoritario, nel quale il parlamento non era un organo di partecipazione della società tedesca al governo, ma solo un’assemblea con un peso politico ridotto e certamente inferiore a quello dell’alta burocrazia statale, dei capi dell’esercito e dei grandi proprietari terrieri. È questa visione prospettica sugli sviluppi futuri della Germania che ispira le pagine che lo storico tedesco Golo Mann ha dedicato nel 1958 al giudizio d’insieme sul 1848. Ma la storia non si può fare con i “se”, immaginando come sarebbero andate le cose se certi eventi chiave si fossero svolti diversamente da quanto nella realtà è accaduto. Perciò, più che pensare a un 1848 nazionale e liberale al posto degli esiti militaristici e autoritari, Golo Mann cerca di capire cosa impedì alla Germania rivoluzionaria di raggiungere i suoi obiettivi.
 
La rivoluzione come modernizzazione delle strutture dello stato
La “grande Germania” e l’oppressione delle nazionalità
I rischi del nazionalismo
Lo stato tedesco: un problema storico
 
Borghesi di Berlino insorgono nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1848, alla notizia della rivolta parigina
La rivoluzione come modernizzazione delle strutture dello stato

Ecco cosa dice Mann nel suo Storia della Germania moderna:

Si dice che la rivoluzione avrebbe potuto trionfare in Germania nel 1848 se avesse fatto in questo e in quel momento questo e quest’altro. Ma cosa sono dopo tutto le “rivoluzioni”? […]Secondo l’analisi marxista, le rivoluzioni accadono […] quando la classe dominante dal punto di vista politico e sociale non viene più a capo del suo compito. Essa deve allora ritirarsi. Ma siccome una classe dominante non si ritira volontariamente, essa conduce le cose più lontano, fino a che tutto l’antico ordine andrà in pezzi e sarà spazzato via con la forza.


Mann con condivide però in pieno la definizione marxista di rivoluzione e osserva che essa deriva da una interpretazione unilaterale della rivoluzione francese. Quest’ultima fu certo anche un fenomeno di lotta di classe, dei contadini e soprattutto della borghesia contro la nobiltà, ma soprattutto fu una lotta contro «un sistema di governo debole e gravoso, invecchiato e in fallimento».
La modernizzazione dello stato francese fu in ultima analisi il risultato della rivoluzione e vista sotto questo aspetto essa fu realmente inevitabile e solidamente vittoriosa.

Ma le vere circostanze della Germania nel 1848 erano essenzialmente differenti da quelle della Francia della fine del XVIII secolo. Non vi era amministrazione vicina al crollo e al fallimento. L’amministrazione austriaca non era cattiva, quella prussiana era buona. Qui non vi era un monarca perplesso che convocava gli antichi stati, perché non sapeva procedere finanziariamente. Fu appunto contro l’efficace, spesso troppo efficace, stato autoritario e burocratico che i tedeschi si ribellarono. Si richiedevano più grande libertà d’azione, garanzia giuridica, partecipazione politica, cioè controllo del governo per mezzo dei rappresentanti del popolo, e soprattutto unità e partecipazione di tutta la nazione in ogni campo.
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La “grande Germania” e l’oppressione delle nazionalità

Ma è proprio in questo nazionalismo dei tedeschi che si trovava una prima contraddizione. Essi «si accorgevano di non possedere più nel mondo la posizione adeguata alla loro forza» e nel loro nazionalismo era presente, anche se nella forma ottimistica del primo Ottocento, un impulso espansivo: «un popolo che si sente forte, numeroso, con un passato glorioso, questo popolo vorrà anche aver influenza e vantaggi al di là delle frontiere». Ma i medesimi obiettivi erano presenti anche in coloro che non volevano sentire parlare di democrazia e parlamentarismo e credevano soltanto nella violenza dell’esercito prussiano. Nel difficile equilibrio che poteva esistere fra il nazionalismo acceso e le istanze liberali e democratiche, «la disfatta della rivoluzione dette ragione» ai seguaci della soluzione militaristica e prussiana.
Ma vediamo più da vicino come la questione delle nazionalità si presentava in Germania in maniera particolare: la Prussia opprimeva un gran numero di polacchi, mentre l’Austria (che molti avrebbero voluto fare entrare nella loro progettata “grande Germania”) era alla testa di un Impero multinazionale fondato sull’oppressione delle nazionalità più deboli.
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I rischi del nazionalismo

Apparve evidente quanto fosse difficile separare il destino germanico dalle sorti delle altre nazioni, e quanto fosse ardua l’edificazione di uno stato nazionale germanico. Fino al 1848 si era creduto che i popoli oppressi o divisi, i tedeschi, gli italiani, i polacchi, avessero gli stessi scopi e che dopo la loro liberazione sarebbero vissuti fraternamente insieme. “L’Europa si ricostruisce secondo nazionalità – scrisse il futuro feldmaresciallo Moltke nel marzo 1848 – tutto ciò che è straniero cadrà; se si potesse soltanto recuperare tutto ciò che tedesco, allo saremmo ampiamente indennizzati.” La separazione netta di tutto ciò che non era tedesco, il recupero di tutto ciò che era tedesco: questa era la difficoltà, in Posnania, in Boemia, in tutto lo stato imperiale austriaco. Ai popoli ai quali si era fino allora accordata la libertà in teoria, si aggiungevano ora bruscamente alcuni a cui fino allora non si era assolutamente pensato, i cechi e gli slavi meridionali. E quando fu evidente che i popoli liberati non si sarebbero comportati molto fraternamente tra loro, e che una separazione netta, chiara, non era in alcun modo possibile, i liberali tedeschi furono subito pronti a mettere la forza davanti al diritto degli altri. Nel grande dibattito sulla Polonia, nella chiesa San Paolo [la sede dell’Assemblea nazionale tedesca, a Francoforte], prevalse il partito che mise l’interesse tedesco al di sopra di quello polacco quando si trattò di scegliere tra i due.
“È ormai tempo per noi di svegliarsi da quell’oblio romantico di noi stessi nel quale ci entusiasmavamo per tutte le nazionalità possibili, mentre noi giacevamo in un’assenza di libertà obbrobriosa, ed eravamo calpestati dal mondo interno, è tempo ormai di svegliarsi per un sano egoismo nazionale, per dire alfine francamente la parola che pone al disopra il benessere e l’onore della patria in tutte le questioni… Io lo ammetto senza equivoci: il nostro diritto non è altro che il diritto del più forte, il diritto del conquistatore”.
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Lo stato tedesco: un problema storico

E questa non era l’opinione isolata di uno dei deputati a Francoforte, ma una tesi condivisa largamente dai rappresentati della nazione tedesca. Ma, aggiunge Golo Mann, il problema non si riduce a quello dell’ovvia condanna di questi deputati liberalnazionalisti. La creazione di una nazionalità tedesca separata era «di per se stessa una massa di contraddizioni inestricabili: il problema delle nazionalità del Centro e dell’Est europeo era quello di sempre. Nessuno l’ha risolto in seguito. Ecco perché non si poteva chiedere neppure agli uomini del 1848 una soluzione. Fu loro sventura di scoprire per primi il problema e di affrontarlo direttamente con ingenuo ottimismo». Delle nazionalità che alla metà dell’Ottocento ancora attendevano la propria liberazione, solo quella italiana si trovava in una situazione relativamente semplice. Dal Baltico ai Balcani la mescolanza di tedeschi e slavi, tedeschi, austriaci, magiari e slavi meridionale era ormai un fatto storico plurisecolare non meno solido della nuova aspirazione all’autonomia nazionale.
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